La logica della carità

Al Café Kontakt di Bonn, tra scacchi e domande, si intravede la gratuità dell’amore di Cristo.

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Javier Rosales durante una lezione al Café Kontact

Sono arrivato alla nostra missione tedesca a Bonn un anno fa. Una delle prime cose che mi hanno colpito di questo Paese è la sua multiculturalità e multietnicità. Ogni volta che percorro le strade del nostro quartiere per andare alle lezioni di tedesco, ammiro un nuovo quadro di questa Germania contemporanea: bambini siriani con la colazione in mano e lo zaino in spalla che vanno a scuola, chiacchierando con bambini tedeschi o africani, mamme con tutti i tipi di hijab e burqa. Alcune di loro accompagnano i figli a scuola, altre fanno da babysitter a biondi bambini tedeschi. L’incontro con famiglie biculturali e bilingui è qualcosa di abituale nella nostra missione: tedeschi sposati con latinoamericani, croati, polacchi o italiani… Il quadro è sempre diverso e le combinazioni numerose. Durante il tragitto a scuola, ascolto spagnolo, arabo, inglese, mentre diversi ragazzi delle superiori parlano animatamente in tedesco e scrivono messaggi al cellulare guardando video su Instagram in arabo.

La nostra parrocchia respira questa ebollizione culturale con tutte le sue sfide, i suoi drammi e le sue problematiche. Dopo alcuni mesi, quando il mio tedesco mi permetteva già di comunicare, ho iniziato a partecipare regolarmente il mercoledì pomeriggio al Café Kontakt: uno spazio totalmente aperto che accoglie rifugiati e stranieri, dai bambini alle mamme. Tutti arrivano con lo stesso desiderio: poter vivere in questo Paese con serenità, cercare un futuro migliore per le proprie famiglie. Per questo, un grande gruppo di volontari accoglie i bambini per il doposcuola, mentre il signor Helou, libanese che ha passato metà della sua vita in Germania, accoglie gli adulti che parlano solo arabo e cercano aiuto per la vita quotidiana. Altri invece prendono un caffè, conversano sulla vita mentre migliora la lingua.

In questo momenti intravedo qualcosa dei sentimenti che Cristo aveva per le persone.

Da quando sono arrivato, mi sono proposto di aiutare con lezioni di inglese un gruppo di sei studenti delle superiori. Dopo alcuni mesi, mi hanno chiesto di aiutarli a rinforzare le basi del tedesco. Sono tutti profughi. Dopo aver visto in difficoltà Walid, ho parlato con lui da solo e mi ha detto che non sapeva scrivere in nessuna lingua: “So parlare molto bene l’arabo e capisco il turco”. È timido e un po’ insicuro, ha il volto fortemente segnato da ustioni e il suo tedesco è ancora basilare. Ha passato gli ultimi anni nei campi profughi in Turchia e nella Repubblica Ceca.

Dopo le lezioni, con una tazza di tè in mano, mi ritrovo con i bambini attorno a una passione comune: gli scacchi. Tra una mossa e l’altra, escono domande: perché vivi qui? Perchè ti vesti sempre di nero? Perché non sei sposato? Una volta uno di loro mi ha anche rimproverato perché mangiavo biscotti durante il Ramadan. “Perché non digiuni, allora?”. Quando le loro mamme vengono a prenderli, resto con gli adulti. Con altre bambine e con alcune giovani volontarie parliamo di Gesù. Sono cristiane e  trovano nella nostra parrocchia un luogo sicuro e di pace dove respirare la fede senza complicazioni. 

In mezzo a tutto questo, a volte sperimento qualcosa della logica della carità, gratuita come quella di Gesù che ama desiderando il bene dell’altro semplicemente per il fatto che esiste. “È un bene che tu esista”, afferma in qualche modo il cristianesimo. Momenti così mi fanno intravedere qualcosa degli stessi sentimenti che Cristo aveva per le persone.

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