Dopo tre anni di vita in seminario, il quarto è quello in cui noi seminaristi della San Carlo partiamo per fare un’esperienza di missione all’estero e scoprire cosa significhi vivere in una casa della Fraternità. Quando mi sono imbarcato sull’aereo per il Minnesota non sapevo bene quale realtà mi sarei trovato davanti. Avevo solo in mente le mie esperienze passate in Kenya e nella parrocchia Santa Giulia di Torino. Quindi, conoscevo le mie qualità e i miei punti di debolezza: un grande entusiasmo nello stare con i bambini e una difficile esperienza nella caritativa di Gioventù studentesca con gli anziani. Ma la prima (ri)scoperta che ho fatto, giungendo in America, è che il Signore non ci chiama per dirci quanto siamo bravi in qualcosa: ci coinvolge e ci chiede di costruire la sua Chiesa per cambiarci e per convertirci a Lui. La seconda cosa che ho imparato è che noi non diciamo sì per esaltare le nostre capacità, ma perché Dio possa aprire il nostro cuore al Mistero in ogni circostanza che ci troviamo a vivere.
È per questo che, nonostante una scuola parrocchiale con circa 180 bambini, nonostante una delle più grandi e belle comunità di Comunione e liberazione degli Stati Uniti, nonostante floridi gruppi di giovani di tutte le età e numerose famiglie con tanti bambini, sono qui oggi a scrivere delle visite che ogni giovedì mattina don Pietro Rossotti ed io facciamo agli anziani della nostra parrocchia di North Saint Paul. Portare la comunione a casa di questi anziani o nelle case di riposo è per me una grande cambiamento di prospettiva: accompagnando un prete, non devo somministrare loro l’Eucaristia e, dal momento che sono qui da pochi mesi, non conosco le famiglie e il loro legame con la nostra missione. Aggiungiamo pure che per loro parlare è facile quanto per me capire l’inglese, e la frittata è fatta!
Dio ci attira lontani da noi stessi per farci vivere come Lui
Eppure, è proprio un tale insieme di cose che rende questa esperienza così misteriosa e profonda. La velocità e l’essenzialità dei nostri incontri, la povertà dei nostri dialoghi, mi ricordano che non siamo noi a essere attesi: non la nostra brillantezza né la nostra pazienza, ma Cristo nella forma dell’Eucaristia e nella forma misera della nostra presenza. Ma soprattutto, abbassare la schiena per imboccare gli anziani, percepire il loro alito sulle dita, sentire l’odore delle loro case, mi ricorda che è Gesù che mi dice: “Più in basso, Gianpaolo. Più in basso, dove sono io. La libertà è altrove”.
Perché Dio ci attira lontani da noi stessi per farci vivere come Lui, dentro quelle circostanze imperfette in cui però più profondamente possiamo intravedere il Mistero. E in questo diventare qualcosa di diverso da ciò che penso di me stesso, in questo andare dove non conosco, scopro che, in realtà, vivo una grande bellezza quando assomiglio un po’ di più a Lui, quando vivo una vita di povertà, quando guardo le cose come Lui guardava i gigli del campo.