Pregare come ci è stato insegnato

Giussani ci ha insegnato che pregare significa chiedere che Dio si manifesti nella realtà e ascoltare le sue risposte nelle circostanze e nelle persone che incontriamo.

Vacanze estive degli universitari di Comunione e liberazione degli Stati Uniti, sulle Rocky Mountains.

Da ragazzo ascoltavo le canzoni di un gruppo musicale chiamato CCCP. Il leader era un uomo alto e magro, con gli occhi profondi e il viso scavato: Giovanni Lindo Ferretti ha da tempo abbandonato il mondo in cui ha vissuto per anni, fatto di tournée, centri sociali e feste dell’Unità, ed è tornato a vivere sulle sue montagne emiliane, nella vecchia casa materna. E ha ripreso a pregare. Ha scritto di recente: «La preghiera è l’unica cosa che ci permette oggi di professare la nostra umanità. È ciò che rende uomo l’uomo. Purtroppo, le persone a cui voglio bene non pregano, non insegnano a pregare ai loro bambini, non pregano con i loro vecchi. La preghiera è scomparsa: e pensare che siamo una civiltà che si è costruita partendo dall’ora et labora. L’ora è scomparso, e noi la chiamiamo libertà».
La preghiera rende uomo l’uomo, perché gli restituisce ciò che lo rende diverso da qualsiasi altro essere sulla faccia della terra: la capacità di interrogarsi sul senso delle cose, di prendere coscienza della propria finitezza, di fare i conti con il desiderio di felicità e di eternità presente nel proprio cuore. Occorre pregare sempre, dice Gesù nel Vangelo. Occorre tornare a pregare, e qualcuno che ci insegni a farlo.
Don Giussani ha scritto delle pagine bellissime sulla preghiera, tra cui quelle contenute in Moralità: memoria e desiderio, un vero e proprio compendio per imparare a pregare.
Ci ha insegnato che la preghiera è espressione della domanda a Dio che si manifesti nella realtà, nel nostro quotidiano, che accolga l’offerta dell’istante e gli dia senso e compimento. Si può pregare con le nostre parole oppure con quelle che la tradizione della Chiesa ci ha consegnato. A tal proposito, don Giussani scriveva, proprio in quel testo: «Ci sono formule o riti così adeguati come espressione del sentimento, che normalmente lo spirito sente inutile trovarne altre. Anche nella civile convivenza le formule come, per esempio, “buon giorno” o “ciao” o “arrivederci” sono così limpide nelle loro sintesi, che si sentono insostituibili». Ecco perché ha senso ripetere sempre le stesse preghiere. Ma la preghiera è un dialogo, non un monologo: un dialogo tra l’uomo che “urla giorno e notte”, come la vedova del Vangelo, e il Mistero che è all’origine di tutte le cose.

La preghiera è un dialogo tra l’uomo che “urla giorno e notte” e il Mistero che è all’origine di tutte le cose.

E come ci parla Dio? Lo ha fatto in mille modi, dall’inizio dei tempi, innanzitutto celandosi e disvelandosi dentro la creazione, e poi rendendosi incontrabile nel corso della storia dell’umanità. E Dio continua ancora oggi a parlare, tramite la voce della Chiesa, e del Papa in particolare, e per mezzo delle circostanze attraverso cui ci fa passare, delle persone che ci mette vicino.
A volte ci sembra di non riuscire a sentire la sua voce, a capire le sue risposte. Assomigliamo un po’ a quel mendicante che si dice abbia incontrato una volta, alle porte della città, Alessandro Magno, il grande conquistatore: “Maestà” osa chiedere quell’uomo, “mi dia qualcosa da mangiare”. “Dategli subito la signoria su cinque città del mio regno”, comanda il re. Sorpreso e perplesso, il povero ribatte: “Maestà, mi sarei accontentato di un pezzo di pane”. “Tu” è la risposta del re, “mi hai domandato secondo quello che sei, io ti ho dato secondo quello che sono”. Commentando questo aneddoto, il cardinale Robert Sarah paragona a quel medicante noi, abituati a chiedere troppo poco, tanto da non cogliere la grandezza dei doni che Dio ci dà in risposta alle nostre preghiere.
Ma anche Dio ha le sue domande da farci, come quelle espresse da Gesù nel Vangelo: Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? Ecco il nostro compito, allora: aiutarci a tenere viva la nostra fede. E questo è possibile solo tenendo viva la preghiera. Diceva ancora Giovanni Lindo Ferretti: «La perdita personale e pubblica della preghiera ci priva di una componente essenziale della socialità, quella che chiamavamo civiltà e, con tutte le sue colpe, lo era. Il far fronte alle avversità, al dolore, in forme codificate, religiose, le uniche che possono intervenire quando non si sa cosa dire, come fare, perché se ognuno è a sé c’è ben poco da dire e ancor meno da fare».
Per questo stiamo insieme: per educarci a pregare e sostenere il nostro dialogo con Dio. Come è accaduto il 15 ottobre scorso quando, radunati in sessantamila di Comunione e liberazione in piazza San Pietro, ci siamo messi a pregare nel modo che ci è stato insegnato.

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