Preso da uno sguardo bellissimo

Un’intervista a don Sandro Bonicalzi: dall’incontro con Giussani uno slancio che non si esaurisce, neanche dopo 50 anni di sacerdozio.

BONICALZI spinelli ostellari
Da sinistra a destra: Sandro Bonicalzi, Sandro Spinelli ed Emanuele Ostellari davanti alla chiesa di Cristo Re a Cosenza, a metà degli anni ’90.

Vengo da una famiglia molto cristiana, mamma casalinga, papà imprenditore, sei fratelli. Dopo aver incontrato Gioventù studentesca a Gallarate, alle vacanze dei maturati del 1966 ci fu una svolta. Don Luigi Giussani venne a parlarci e mi ribaltò. Se ero naturalmente destinato al posto di mio padre nell’azienda di famiglia, Giussani propose uno sguardo nuovo sulla vita, mi fece chiedere dove il Signore voleva che andassi. Questo sguardo bellissimo mi ha preso. Così ho cominciato a pensare alla vocazione.

Ero studente di Economia e cercavo un cammino stringente sulla vocazione. Giussani mi fece conoscere Massimo Camisasca e mi inserii nel gruppo di discernimento vocazionale che mi ha accompagnato fino all’entrata in seminario. Mia madre, quando le dissi della mia scelta restò perplessa, ma col tempo abbracciò la mia vocazione, mentre mio padre fu subito contento.

Sì, ero a Bergamo con Massimo Camisasca e Umberto Fantoni quando don Giussani mi propose di andare in Calabria. Un altro mondo rispetto a Milano e le lotte studentesche. Scoprii una essenzialità umana che non era l’andar dietro all’ideologia.

Ero ancora lì e arrivò il giorno della mia ordinazione. C’erano don Giussani, Massimo e gli amici del seminario di Bergamo, don Ciccio Ventorino e le comunità della Calabria. 

Monsignor Enea Selis, il Vescovo che celebrava, chiese a don Giussani di parlare del sacerdozio e così Giussani iniziò la predica dicendo: “Per l’amore di un papà e di una mamma e per la carità di un vescovo oggi Sandro diventa sacerdote”. Era il 26 settembre del ‘76. Fu una grande festa! 

In Calabria cresceva l’esperienza del Movimento come l’amicizia con don Tommaso Latronico (mori nel ‘93 a 44 anni; è in corso la causa di beatificazione). Affiorava il desiderio di una compagnia a cui si aggiunsero altri sacerdoti.

Io ero particolarmente legato a due sacerdoti che erano tra i primi della Fraternità, don Fiorenzo e don Dario che già abitava con me. Don Massimo ci chiese se eravamo disposti a fare una casa della Fraternità in Calabria e se volessi entrare a farne parte. Per me la Fraternità è il frutto di quello che ho vissuto con Massimo e Umberto in seminario a Bergamo. Un’esperienza di unità, di casa, che è diventata carne nella mia vita quando sono entrato nella Fraternità, nel ‘92. Pochi anni dopo sono andato a Roma con il compito di Economo generale.

Sì! Per sostenere le missioni. Senza grandi disponibilità economiche siamo riusciti a costruire tante opere con donazioni anche miracolose. 

Per esempio a Nairobi. Una mattina stavo per andare da don Massimo per comunicargli che non avevamo soldi, non si poteva andare avanti a costruire la casa di missione, ma mi avvertono che c’è una telefonata dalla Romagna: un’offerta della cifra esatta che serviva per fare i lavori. Ecco, da economo mi sono dovuto misurare con i calcoli… e con la provvidenza! È successo diverse volte. 

Ma anche quando mi sono fermato a Roma, parroco di Sant’Eusebio, ho scoperto il mondo che ti viene in casa: musulmani, cinesi. Loro erano miei parrocchiani, non estranei, anche se non mettevano piede in chiesa.

Sono a Imola da quattro anni. Alla soglia dei 75 anni era nato in me il desiderio, condiviso con i nostri superiori, di rimanere attivo e, nonostante l’età pensionabile, continuare a vivere con altri sacerdoti con più di 75 anni. Abbiamo iniziato una nuova casa. Ora, con don Valerio Valeri, che dopo 36 anni in Kenia ha il desiderio di continuare qui, e don Fiorenzo Onofrio, siamo a disposizione del vescovo in diocesi per sostenere o sostituire altri preti e per servire la vita della vivace comunità di Cl. Mi accorgo sempre più che un popolo cristiano ha bisogno di un sacerdote e un sacerdote ha bisogno di un popolo.

Dopo 50 anni di sacerdozio vedo che ho sempre più amore alla Chiesa, gratitudine perché il Signore mi ha chiamato in un compito così vicino a lui. Gratitudine per quello che mi è stato dato per quello che ho sperimentato e il dono dell’appartenenza al Movimento.

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