La settimana scorsa sono andato in carcere a trovare il papà di uno dei ragazzi della nostra parrocchia. Entrare in carcere, camminare in quei corridoi, vedere i volti dei detenuti segnati dal peso del male, è sempre un’esperienza difficile: avevo la sensazione di essere entrato all’inferno.
Mentre mi dirigevo verso il modulo dove mi aspettava il mio amico, erano in tanti a fermarmi per chiedere una benedizione o semplicemente per presentarsi. Non sono mancati alcuni sfottò o battute irriverenti. Dopo circa mezz’ora passata assieme al mio amico, viene a prendermi una volontaria del carcere, una donna sulla settantina che da ormai più di 20 anni, due volte alla settimana, visita i detenuti. Mi racconta che all’interno del carcere c’è una cappella, ma che da molti mesi nessuno vi celebra più la Messa. Mi chiede se sono disponibile: «Tra poco, padre, è Natale, abbiamo bisogno della Messa almeno a Natale!». Subito le offro la mia disponibilità. Lei ha tutto l’occorrente. Inizia così un passa parola tra i vari moduli riguardo l’imminente celebrazione.
Quanto più inferno, tanto più paradiso.
Quanta più oscurità, tanta più luce.
La cappella è umilissima, ma si capisce che è un posto sacro. Tutti la rispettano. In poco tempo si presentano una decina di uomini: il più giovane, sulla ventina, si chiama Mauricio, è accompagnato da suo padre, anche lui detenuto. Poi arriva Gianpier, una montagna di muscoli con la faccia e lo sguardo da bambino. Alexander non ha un occhio. Osvaldo è evidentemente ritardato. E così via. In poco tempo ho davanti a me i fedeli pronti per la Messa. Mentre prepariamo l’altare uno di loro mi si avvicina: «Padre, non ce la faccio più. Quando sono solo penso a ciò che ho fatto e sto male». Lo invito a sedersi. Lo ascolto e a poco a poco il suo racconto si muta in una confessione. Lo lascio parlare e inizio a farmi il segno della croce. Lui fa lo stesso. Alla fine, gli chiedo se vuole che Dio cancelli i suoi peccati. Mi dice di sì tra le lacrime. Recitiamo insieme il Kyrie, gli do la penitenza e l’assoluzione. «Adesso sei un uomo nuovo». Mi abbraccia tra le lacrime e ritorna leggero e contento a sedersi tra gli altri. Alzo lo sguardo e vedo una decina di occhi sgranati che mi fissano. L’impasse dura poco: «Anch’io padre!». «Anch’io!». «Anch’io». «Allora – dico – chi vuole confessarsi si metta in fila!». E così, prima della Messa, altri quattro detenuti si sono confessati per la prima volta dal giorno del loro battesimo. E che confessioni! Quanta più materia, tanta più grazia. Quanto più inferno, tanto più paradiso. Quanta più oscurità, tanta più luce.
Al ritorno, passando di nuovo per gli stessi corridoi, il carcere era diverso, quasi attraente direi. Ho capito che Dio guarda così il nostro male. Lui è attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per potersi donare e far risplendere la sua luce. Per questo ha scelto una stalla. Per questo ha scelto noi.
Buon Natale a tutti.