Un prete molto umano

A cinque anni dalla morte di don Antonio Anastasio, un’intervista a Jacques du Plouy che ha condiviso con lui gli ultimi anni di sacerdozio e di missione.

ANAS celebrazione matrimonio anniversario morte
Don antonio Anastasio durante la celebrazione di un matrimonio.

«Don Anas diceva sempre che avrebbe accettato di andare via da Milano per un’altra missione solo se io l’avessi seguito. È una cosa molto bella, che però adesso mi preoccupa un po’…». Non si permetterebbe di scherzare, don Jacques du Plouy, se non avesse avuto don Antonio Anastasio come rettore a Boccea quando muoveva i primi passi nella Fraternità san Carlo e se non avesse vissuto insieme a lui nella Parrocchia della Ca’ Granda a Milano dal 2013, per otto anni, diventando non appena suo amico, ma suo «fratello». Un rapporto che si è approfondito misteriosamente dopo che don Anas, come viene chiamato da tutti il sacerdote milanese, si è ammalato di Covid nel dicembre 2020 ed è morto il 9 marzo 2021.

Che cosa ha rappresentato per te don Anas?

Lui era il mio superiore e il capocasa a Milano, ma per me era innanzitutto un amico. Il nostro legame – fatto di chiacchierate con un sigaro in mano e di confidenze quotidiane – era molto profondo: è stato per me una grande testimonianza di vita sacerdotale. Ci aiutavamo ogni giorno, ci confrontavamo sulle decisioni da prendere, accompagnavamo insieme le persone in difficoltà.

Qual è la sua eredità nel quinto anniversario della morte?

Penso che don Anas lasci innanzitutto tantissime coppie di fidanzati alle quali ha insegnato a farsi provocare dalla realtà e a vivere in modo cristiano e autentico la propria vocazione. Don Anas lascia dei figli e non mi stupisce che tantissime coppie ancora vadano sulla sua tomba a pregarlo e a chiedere delle grazie.

Anche chi non l’ha conosciuto, ricorda una cosa: quei 69 giorni di rosario online quando si trovava in terapia intensiva.

È incredibile come durante la malattia don Anas abbia cambiato la vita di così tanta gente. Tante persone mi hanno detto che in quei giorni hanno riscoperto la fede, hanno ricominciato a pregare. È come se, attraverso la via crucis che don Anas ha dovuto percorrere, Dio abbia voluto richiamare un grandissimo numero di persone alla conversione. Ricordo che al suo funerale non abbiamo faticato a distribuire migliaia di immaginette.

Marina Corradi, che lo conosceva bene, ricorda questa frase di don Anas: «Bisogna arrendersi alla volontà di Dio e offrire la vita quando il Signore vuole prenderla».

Don Anas aveva proprio questo sguardo sulla propria vita ed è quello che ha fatto anche davanti alla malattia. E infatti la sua malattia ha generato tanto e ancora continua a farlo, visto che il rosario viene portato avanti da un centinaio di persone ogni 9 del mese. Non è un problema di fama, ma un segno di testimonianza che lui ha lasciato nel cuore delle persone, anche di chi non l’ha mai conosciuto.

Attraverso la malattia di Anas, Dio ha richiamato migliaia di persone alla conversione.

Che cosa apprezzava la gente di don Anas?

Amava questo prete molto umano, molto semplice, che era felice perché si abbandonava a Dio senza tralasciare niente della propria umanità.

Ora tante persone hanno scoperto anche le sue canzoni, i due album meravigliosi che ha scritto: Sei tu e Pochi passi.

Lui aveva una grande profondità d’animo, gli piacevano i mistici e vedeva più lontano degli altri, aveva qualcosa di profetico. Mi diceva ogni tanto scherzando: “Adesso non mi considera nessuno, ma vedrai quando sarò morto”. Era una battuta ovviamente, don Anas era così, ironico, ma c’è qualcosa di vero. Oggi scopriamo le sue canzoni, i suoi scritti sul matrimonio e ancora tanto si può lavorare sulle sue prediche.

E oggi che sei parroco a Roma, don Anas ti accompagna ancora?

Sì, io credo davvero alla comunione dei santi e anche se c’è una separazione fisica, lui è ancora più presente oggi di prima. Non più intorno a un tavolo con una pizza davanti, ma ogni volta che celebro la Messa. E se sono sempre più certo della mia vocazione è anche grazie a lui.

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