“Dov’è Sarah? Era qui un attimo fa”. “Non lo so, forse è andata via. L’ho vista uscire”. “Senza dire niente a nessuno?”. Sono molte le interpretazioni sull’origine del cosiddetto Irish goodbye, dalla brusca partenza degli immigrati irlandesi colpiti dalla carestia delle patate alla necessità di evitare i lunghi convenevoli propri dell’ospitalità irlandese. L’espressione, che negli Stati Uniti è ormai entrata nel gergo comune, significa la decisione di lasciare un luogo o un evento senza salutare le persone presenti, oste compreso. Si chiama anche ghosting, la capacità di comparire e scomparire “come un fantasma”. Perché questa pratica, attestata nella Francia delle corti settecentesche, sia oggi diffusa tra i giovani americani è una domanda che ho spesso posto agli studenti universitari che incontro a Washington DC.
La ghosting generation ha bisogno dell’esperienza di una comunione vissuta
“Sarah ha fatto bene. Non voleva disturbare e attirare l’attenzione su di sé”; è come dire che la presenza di Sarah non fa alcuna differenza per noi. In un mondo sempre assetato di likes, i ragazzi hanno paura a lasciarsi guardare. Oppure: “Sarah non deve rendere conto a nessuno, se vuole andare via”. Significa che la nostra presenza non fa alcuna differenza per Sarah. In un mondo alla ricerca di connections, i ragazzi hanno paura di dipendere. “È giusto fare così. Non vale la pena impegnarsi affettivamente se tutto finisce”: significa che non fa alcuna differenza coinvolgersi con la presenza dell’altro. In un mondo sempre preoccupato di creare safe spaces, i ragazzi hanno paura di soffrire.
La paura ci rende fantasmi, mentre solo un’appartenenza reciproca rende l’altro una presenza concreta. Dal momento in cui lo incontri sulla strada, l’altro viene con te e non sparisce come un fantasma. Più che lezioni di etichetta, allora, la ghosting generation ha bisogno dell’esperienza di una comunione vissuta, con qualcuno che cammina con te ogni giorno. L’altro è lì mentre cammini e non puoi fare finta che non ci sia. Se l’altro si ferma o cambia direzione, te ne accorgi perché è legato a te. La sua presenza cambia anche il tuo percorso.
È questa comunione che un gruppetto di studenti ha cominciato a sperimentare tra giornate di studio in Mullen Library, corse serali a Capitol Hill e pasti condivisi in McGivney Hall. Dal comune desiderio di crescere nella fede, attraverso il carisma di don Giussani, è nata una convivenza semplice e quotidiana, in cui la presenza dell’altro porta una novità per la vita di ciascuno. È la novità del cristianesimo che riaccade oggi. Guardo a questi dieci amici e mi accorgo che i discepoli devono avere fatto la stessa esperienza con Gesù. Uscivano di casa con il pensiero di incontrarlo. Andavano nei luoghi dove sapevano di poterlo trovare. Cercavano il suo volto tra la folla, nel tempio come al mercato. Aspettavano di vederlo per parlare con lui del significato delle cose e di Dio. Cercavano motivi per allungare il tempo trascorso con quell’uomo, a casa sua o durante il lavoro sul lago. Giunti a sera, lo salutavano con la speranza di rivederlo il giorno dopo. “See you tomorrow”, esclama sorridente Madeline alla fine della giornata. E capisco che è questa l’alternativa all’Irish goodbye: un saluto che suona come un invito a continuare il cammino iniziato con l’altro, fino a raggiungere l’eterno domani. “See you tomorrow” è la preghiera dell’amico a quel “Tu” che si dona per rendere la vita un cammino senza fine.