Al fondo del dolore

Nell’abisso del dolore, Dio stesso ci accompagna e ci fa udire la sua voce.

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Michel Ciry, Figliol prodigo

Una persona colpita dalla ferita della morte, dall’afflizione per la perdita di un tesoro, non può essere confortata senza che quel dolore, insieme a lei, sia guardato fino in fondo. Tentare di consolare senza partire dal dolore che viene provato è come mettere un cerotto su qualcuno che è stato infilzato da una spada. La ragione per cui ci pare impossibile dare conforto sta proprio nella profondità di quella ferita, un abisso in cui non siamo disposti a penetrare.

C’è un passaggio del libro del profeta Geremia che ha recentemente attirato la mia attenzione. Il contesto è quello della deportazione del popolo di Giuda da parte dell’impero babilonese. Prima di essere portati in Babilonia, gli abitanti di Gerusalemme vengono condotti nei pressi di Betlemme, in un paese chiamato Ephrata. È il luogo in cui si trova la tomba di Rachele, l’amata moglie di Giacobbe. Aveva perso la vita in quel luogo, dopo aver dato alla luce Beniamino, l’ultimo dei dodici figli di Giacobbe. Nel medesimo luogo, quindi, presso la tomba di Rachele, i Babilonesi conducono gli Ebrei destinati all’esilio, li incatenano, li rendono schiavi e li deportano lontano dalla loro  terra. In quell’occasione, è Dio stesso a parlare: Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più. È lo stesso versetto citato in seguito dall’evangelista Matteo a commento della “strage degli Innocenti”. Geremia, testimone diretto di questa tragedia, vide in essa la fine di ogni promessa, la fine di Gerusalemme, la fine della storia della presenza di Dio fra noi. O almeno, così sembrava…

Non è disperazione, ma dolore vissuto in compagnia del Signore

A Rama, invece, è Dio stesso che fa udire la sua voce. È Lui stesso che entra nel dramma di ciò che sta accadendo. Non dice che avrebbe risolto tutto perché è Lui il Signore della storia. È certamente così, ma non lo dice senza prima essere entrato nel dramma di Rachele che non vuole essere consolata, nel pianto del suo popolo, nella perdita dei figli che non ci sono più. Il Signore stesso, per confortare il suo popolo, vuole prima andare fino in fondo al dolore che questo stava provando.

Ma la partecipazione di Dio alla nostra sofferenza non si esaurisce nelle parole riportate da Geremia. Che cosa è, infatti, l’incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo? Non viene per consolarci, invitandoci a non piangere, a stare bene perché tanto c’è Lui che è il dominatore di tutto. Vuole prima entrare con noi nel dramma della perdita per accompagnarci fino in fondo e anche oltre, dove la nostra storia con Gesù è diretta: alla tomba e alla resurrezione. Nulla è lasciato fuori, nulla!

Sant’Atanasio, uno dei grandi Padri della Chiesa del IV secolo, ha scritto: «Non può essere salvato quello che non è assunto». Quello che Dio non assume in sé non può essere salvato, ciò che Lui assume diventa invece parte della sua storia di gloria, inclusa la croce, inclusa la perdita, inclusa la morte stessa. E questo mi conforta molto.

Non ci risparmia niente, quindi, guai a chi cerca di risparmiarci il dolore, perché eliminare il dolore a chi ha perso un tesoro significa togliere anche l’attaccamento a quel tesoro. La speranza non nasce dalla eliminazione del dolore ma dalla possibilità di dargli un senso.

Si può piangere con Rachele perché i figli non ci sono più senza cadere nel non senso, perché anche questo fatto è stato assunto da Gesù attraverso la sua incarnazione, morte e resurrezione.

La posizione del cristiano non è la disperazione ma il dolore vissuto in compagnia del Signore; il dolore che domanda a Lui il senso e, in questo modo, serve alla salvezza nostra e di tutto il mondo.

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