Dopo dodici anni vissuti a Nairobi, da agosto mi trovo a Denver, in Colorado. Come si può facilmente indovinare, le differenze sono molteplici. Mi sembra però di avere individuato una cosa che accomuna questi mondi: il desiderio profondo, insito in ciascuna persona, di scoprirsi amata e voluta, creata secondo un disegno buono.
Lavoro nella scuola della nostra parrocchia come insegnante di sostegno. Tra i miei alunni, c’è un ragazzino autistico che chiamerò Victor. È arrivato da noi quest’anno perchè nella scuola precedente veniva deriso. Interagisce bene con gli altri, ma alcune volte risponde in modo un pò buffo, senza molti filtri; e per questo, all’inizio, i suoi nuovi compagni hanno fatto fatica a relazionarsi con lui.
Parlandone con la sua maestra, siamo giunte alla conclusione che i bambini erano in difficoltà perché non capivano come mai Victor si comportasse così. D’accordo con i genitori di Victor, un giorno che lui era assente, abbiamo spiegato alla classe che cosa sia l’autismo attraverso la lettura di una storia e indicato che quella è la condizione di Victor e il motivo del suo comportamento. La maestra ha sottolineato che non c’era niente di sbagliato in lui, che tutti siamo stati creati in modo unico e irripetibile da Dio secondo un disegno buono. Io li ho invitati a pensare a che cosa avrebbero potuto imparare da lui, spiegando che lo ritenevo un dono speciale alla classe. I bambini hanno preso sul serio la conversazione. Mi ha colpito quando, durante una lezione, Victor ha presentato un lavoro di gruppo fatto con i suoi compagni: sta imparando a esprimersi meglio e a scoprire che quello che dice suscita qualcosa negli altri.
Ecco come si propaga il male, anche senza volerlo. Si tratta di una linea sottile che sta tra il dire o non dire una cosa, nell’avere o meno il coraggio di indicare una strada.
Questo episodio mi ha fatto pensare al mistero del male nel mondo e al nostro compito. Non penso che i bambini della scuola precedente fossero particolarmente cattivi; probabilmente, nessuno li ha aiutati a stare davanti a Victor così com’è. Ho pensato che se non avessimo parlato con i nostri alunni, anche loro avrebbero iniziato a evitarlo, isolarlo e forse a prenderlo in giro. Questo lo avrebbe intristito e indotto a rispondere in modo violento. Ecco come si propaga il male, anche senza volerlo. Si tratta di una linea sottile che sta tra il dire o non dire una cosa, nell’avere o meno il coraggio di indicare una strada. Spesso siamo distratti e non proponiamo il bene che potremmo e dovremmo, lasciamo cadere le cose, non ci assumiamo la responsabilità per il bene che il mondo aspetta e sulla quale Dio conta per costruire il Suo regno.
C’è una frase di Madre Teresa con la quale mi piaceva iniziare l’anno di catechismo a Nairobi: «Spesso si vedono fili metallici piccoli o grandi, vecchi o nuovi che restano inutilizzati, perché se non vi passa la corrente non servono a far luce. I fili siamo voi ed io, la corrente è Dio. Noi possiamo decidere di lasciar passare la corrente attraverso di noi, di essere usati, o possiamo rifiutare di essere usati e permettere all’ oscurità di diffondersi». Il mio augurio è di lasciarci usare da Dio!