La forma della vita

Partecipare alla santa eucarestia genera una nuova vita che fluisce nella nostra quotidianità: nell’insegnamento di don Giussani la centralità della messa nella vita cristiana

«L’ultima cena», affresco di maestro italo-bizantino del 1100 circa, Abbazia di Sant’Angelo in Formis, Capua (Ce).

«Tutta la vita del cristiano», ha scritto don Giussani, «dovrebbe essere come una messa vissuta». L’eucarestia «dovrebbe essere la forma di tutte le nostre azioni».
Queste frasi possono sorprendere. Che cosa vuol dire che la messa può dare forma alla nostra vita? Come può farlo? La chiave per rispondere a questa domanda sta in una parola, che è anche un atto: memoria. L’eucarestia infatti è memoria della morte e della resurrezione di Cristo.

Proviamo a pensare. Immaginiamo che una madre si ricordasse tutti i giorni di Dio mentre si alza e prepara la colazione a suo marito e ai suoi figli. Mentre compie le piccole cose quotidiane, prega in modo semplice, offre le parole che dice ai bambini mentre li accompagna a scuola, vive le sue fatiche e le sue gioie come un dono a Cristo. In questo modo il suo lavoro non realizza soltanto il desiderio di bene con cui cura le persone della sua famiglia, ma diventa risposta all’amore di Cristo, perché lei si ricorda che è morto e risorto per la loro felicità. Oppure: che cosa accadrebbe se, mentre penso di vendicarmi di un torto subito, mi ricordassi di quello che Cristo ha fatto per me? Forse ci ripenserei.

L’eucarestia crea e ricrea la nostra comunione.

E se comunque decidessi il male contro il mio fratello, presto o tardi ne proverei dolore. Il ricordo del sacrificio di Gesù renderebbe evidente ai miei occhi lo scarto che separa il mio agire dal Suo. Egli infatti è morto per noi mentre eravamo ribelli e lontani, come scrive san Paolo.
Se dunque ogni nostro gesto fosse realizzato senza abbandonare la consapevolezza di ciò che Cristo ha fatto per noi, coscientemente o incoscientemente esso riceverebbe la sua forma dall’eucarestia. La messa infatti rende gesto fisico il ricordo del sacrificio di Cristo, lo esprime e lo realizza di nuovo. A partire da questa memoria ogni nostro gesto verrebbe realizzato nella sua verità, assumerebbe la sua forma più vera.

Comprendiamo allora l’invito di Giussani «a partecipare alla messa come contributo alla conversione personale». Conversione significa rendere adeguate le nostre azioni al dono di se stesso che Gesù ha fatto per noi. Spesso noi pensiamo alla conversione come a un esercizio di penitenza immaginato da noi stessi. «Nella vita convertita», ha detto invece don Giussani, «la prima virtù è la coscienza della presenza di Cristo, la memoria di Cristo presente».
Mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo, noi possiamo partecipare alla morte e alla risurrezione di cui facciamo memoria. L’evento di Cristo riaccade sotto le specie del pane e del vino, per le parole del sacerdote, e una vita nuova fluisce nella realtà quotidiana dei nostri rapporti. L’eucarestia crea e ricrea la nostra comunione, la rende possibile perché, come ha detto Giovanni Paolo II, «è capace di tenere desta la memoria del Suo amore per noi».

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